Facebook vs Australia: chi pubblica sulla piattaforma deve essere pagato?

Facebook vs Australia: chi pubblica sulla piattaforma deve essere pagato?

La vicenda ha del clamoroso: il 25 febbraio il Parlamento australiano ha approvato il News Media Bargaining Code, legge che impone ai giganti del tech, Facebook e Google su tutti, il pagamento di una commissione agli editori che pubblicano una notizia sulle piattaforme web di proprietà dei giganti stessi.

La reazione di Facebook non si è fatta attendere. Nella settimana precedente all’approvazione della legge, l’azienda californiana ha bloccato sul proprio social media la pubblicazione e visione di news per gli utenti in Australia, decisione poi cancellata proprio nei giorni seguenti l’entrata in vigore del News Media Bargaining Code.

Ma andiamo per gradi.

Lo scontro: le ragioni dell’Australia

Un report di Reuters afferma che il 52% degli australiani usa i social media come fonte principale da cui trae informazioni (con Facebook a capo della classifica).

Mentre Facebook e Google vedono esplodere i propri ricavi da advertising, gli editori nazionali/locali guadagnano sempre meno dalle pubblicità. Ogni 100 dollari di spesa pubblicitaria, 53 sono guadagnati da Google, 28 da Facebook ed il resto è diviso fra gli altri attori (BBC). Ciò non è sfuggito alle media company australiane, su tutte  News Corp Australia di Rupert Murdoch, che hanno fatto pressioni sul governo australiano affinché venga loro data una compensazione da parte delle big tech.

Per le istituzioni australiane Facebook e Google sarebbero in chiara posizione dominante sul mercato: nessun contenuto proprietario, alti ricavi pubblicitari.

Il News Bargaining Code dovrebbe quindi permettere di riequilibrare il mercato costringendo Facebook e Google a dare indietro agli editori parte dei ricavi per advertising.

Lo scontro: le ragioni di Facebook

La notizia non è un fulmine a ciel sereno, poiché il braccio di ferro fra le istituzioni australiane e Facebook è iniziato mesi fa.

Secondo l’azienda di Zuckerberg il News Media Bargaining Code violerebbe la neutralità della rete. Assumendo per buono il principio secondo il quale Facebook dovrebbe pagare chi pubblica contenuti sulla propria piattaforma, ciascun utente dovrebbe ricevere un obolo ad ogni post. Questo minerebbe alla base Facebook stesso, costringendo a restringere il campo degli editori.

Inoltre, chi pubblica notizie o post sul web ne trae un beneficio diretto, ricevendo un traffico di utenti che altrimenti non avrebbe. Le piattaforme fungono dunque da veicolo con condizioni alla base chiare per tutti: nessun compenso per i post pubblicati, ma benefici in termini di “traffico di ritorno” e visibilità.

Con oltre il 97% del fatturato generato da ricavi pubblicitari (vedi grafico) dipendenti dal traffico sulla piattaforma e dalla quantità di persone che vedono le inserzioni, l’Australia mette a rischio lo stesso modello di business di Facebook. Anche Google si è schierata contro la legge australiana, minacciando di rimuovere il proprio motore di ricerca dal mercato australiano.

La mediazione

Come anticipato, negli scorsi giorni Facebook ha rimosso il ban delle notizie dal social media in Australia. Dietro questa decisione, c’è un riavvicinamento con gli enti regolatori australiani, i quali concederanno maggiore flessibilità agli accordi con gli editori.

Nella prima versione della legge infatti, i giganti tecnologici sarebbero stati obbligati a prendere accordi con le media company per i compensi da versare, pena la remissione ad un arbitro terzo del conflitto. La decisione dell’arbitro sarebbe stata vincolante (senza possibilità di appello) legando i social media a possibili compensazioni monstre, non differenziate sulla base delle company ma uguali per tutte le news pubblicate.

L’Australia alleggerirà la norma con emendamenti che introducono un periodo di mediazione di due mesi fra piattaforme e media company. Inoltre, Facebook and co. Potranno concordare compensi con le media company separatamente o addirittura evitare pagamenti dimostrando che le piattaforme proprietarie garantiscono benefici all’editoria nazionale e locale.

Microsoft ed il resto del mondo

Dal canto suo, Microsoft prova ad approfittare del possibile addio di Google all’Australia, spingendo sul proprio motore di ricerca “Bing”, attraverso il quale sta cercando di raggiungere accordi con gli editori mondiali europei per la spartizione dei ricavi pubblicitari derivanti dall’utilizzo di Bing stesso. Non è un caso che Microsoft si sia schierato a favore della legge australiana.

Nel frattempo, altri paesi potrebbero copiare il modello Australia per dare un po’ di respiro all’editoria nazionale. Il rischio per Google e Facebook è che i governi nazionali possano cambiare la modalità in cui sono forniti i contenuti, oltre ad introdurre forme di compensazione ai publisher più o meno tassanti.

Per questo motivo, entrambe le company stanno cercando di mediare, creando piani di ripartizione delle revenue da advertising che restituiscano parte di queste agli editori, come il “News Showcase” di Google o il “News Tabs” di Facebook.

La parola fine non è ancora scritta, ed il conflitto Facebook-Australia potrebbe estendersi a livello globale.

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