7 motivi per i quali l’inflazione sta tornando

7 motivi per i quali l’inflazione sta tornando

In questa prima settimana di marzo i mercati finanziari hanno avuto un’importante correzione. Il NASDAQ si trova poca sopra i livelli di inizio anno mentre l’S&P 500 ha avuto un calo dai massimi di febbraio, seppur con movimenti meno bruschi. In questo momento, il NASDAQ sta sottoperformando l’S&P 500.

Perché i mercati stanno ritracciando?

Dietro il calo degli indici americani (e mondiali) vi è una ragione: i rendimenti dei bond governativi a 10 anni stanno risalendo in tutti i paesi, dopo aver toccato i minimi nel 2020 a seguito delle espansioni monetarie decise dalle Banche Centrali per contrastare la crisi innescata dalla pandemia di Coronavirus.

Negli USA, benchmark per l’economia mondiale, i bond a 10 anni rendono attualmente poco meno dell’1,6% contro lo 0,92% dello scorso anno. Pur essendo tuttora un dato fortemente sotto la media storica, è un segno che qualcosa sta cambiando.

Il rialzo dei rendimenti dei bond governativi incide sui prezzi delle azioni in diversi modi, fra cui:

  1. Gli investitori calcolano il prezzo attuale di un’azione scontando l’insieme dei flussi di cassa futuri derivanti dal possedimento del titolo. Il tasso di sconto utilizzato è quello dei bond governativi, pertanto un rialzo dei rendimenti dei titoli di stato comporta necessariamente una revisione dei prezzi attuali delle azioni (ecco anche spiegato perchè i titoli del NASDAQ, con flussi di cassa futuri molto dinamici, stanno scendendo di più rispetto all’S&P 500).
  2. I titoli governativi in territorio positivo rendono più appetibili i riposizionamenti di portafoglio, con sell-off dei titoli azionari per un successivo acquisto dei titoli obbligazionari (magari indicizzati all’inflazione?).

Il ritorno dell’inflazione

Dietro al rialzo dei rendimenti vi è l’attesa di ripresa economica, con il PIL mondiale che dovrebbe crescere del 5,5% nel 2021 (Fondo Monetario Internazionale) permettendo una graduale riduzione degli stimoli monetari di Banche Centrali e governi.

Con la ripresa economica, torna una vecchia conoscenza dell’economia: l’inflazione. Grande assente a partire dal 2010, quando i paesi sviluppati hanno costantemente visto un’inflazione inferiore al 2% annuo, una moderata inflazione può essere benefica per l’economia in quanto stimola consumi ed investimenti.

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo europeo nel 2020 è rimasto pressochè invariato rispetto all’anno precedente, mentre è previsto in crescita dell’1% nel 2021 e dell’1,3% nel 2022.

Negli USA, l’inflazione attesa per il 2021 è pari al 2,24%. Poca roba direte voi? Forse, ma sarebbe il terzo rialzo più importante a partire dal 2010.

Secondo diversi osservatori, ci sono almeno 7 motivi dietro alle attese di rialzo dell’inflazione.

1) Stimoli delle Banche Centrali

Come ricordato, a seguito della pandemia da Covid-19 le Banche Centrali hanno irrorato l’economia con stimoli monetari di grandissimo impatto, portando i rendimenti dei titoli obbligazionari a minimi storici e buona parte dei rendimenti dei titoli governativi in territorio negativo.

Nel momento in cui i tassi sono bassi e l’outlook economico da negativo torna positivo, consumi ed investimenti non tarderanno a riprendersi.

Fonte: Bank of New Zealand

2) Piani di stimolo governativi

Anche grazie agli stimoli monetari precedentemente menzionati, i governi hanno generato ampi deficit e messo in atto piano di aiuto monstre. Dal Recovery Fund da 750 miliardi di Euro dell’UE fino al piano di stimolo del presidente USA Biden che metterà sul piatto 1.900 miliardi di dollari (fra le misure, è previsto un assegno mensile da 1.400 dollari alle famiglie momentaneamente senza lavoro) le economie avanzate non stanno badando a spese per superare il momento economico negativo. Questa montagna di denaro, si riverserà nell’economia reale non appena lockdown e misure contenitive del COVID-19 saranno alle spalle.

3) Risparmi fermi sul conto corrente

Proprio in seguito alla pandemia da COVID-19, i tassi di risparmio delle famiglie sono schizzati alle stelle. Nel 2020, gli USA hanno visto tassi di risparmi sul reddito disponibile pari a quasi il 14%, più del doppio del 2019.

Stesso discorso vale per l’Europa, dove i tassi di risparmio sono saliti al 25% del reddito nel secondo trimestre del 2020 (la media del 2019 era intorno all’11.

Una tale montagna di liquidità pronta da spendere è certamente fra le maggiori cause che potrebbero generare un rialzo inflazionistico nel 2021.

Leggi anche: Quanto si risparmia in Italia ed in Europa?

4) Supply Chain congestionate

Il 2020 ci ha insegnato che un forte aumento della domanda di un settore, concentrato in un breve lasso di tempo, comporta un’impennata dei prezzi poiché l’offerta non riesce ad essere immediatamente elastica. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: mascherine, guanti, beni di prima necessità erano diventati introvabili e costosissimi nella prima parte della pandemia. Successivamente, è stato il turno dei beni tecnologici (PC, tablet, …) spinti dallo smart working e remote learning.

Con i piani di vaccinazione a regime, l’allentamento dei lockdown e la forte voglia di tornare a divertirsi (spendendo) i colli di bottiglia potrebbero esserci in diversi altri settori, i servizi su tutti. Turismo, bar, ristoranti, cinema, teatri, stadi potrebbero essere letteralmente presi d’assalto una volta alle spalle questo periodo di reclusione.

5) Motivi storici

Guardando ad altre pandemie del passato, la Banca d’Inghilterra ha riconosciuto movimenti inflazionisti al termine di ognuna di queste. L’esperienza suggerisce che questa volta non dovrebbe essere diverso.

6) La rete sociale potrebbe cambiare

Il Covid-19 ha messo alla luce carenze evidenti degli Stati nel fornire aiuti alle categorie che ne avevano bisogno. Si fa un gran parlare di reddito universale, aumento degli assegni di disoccupazione e degli schemi di cassa integrazione. Categorie sociali a basso reddito potrebbero beneficiarne. Poiché la propensione marginale al consumo è più alta in chi percepisce un basso reddito (chi ha poco, spende in % di più di chi ha tanto) questo potrebbe portare ad una spinta ulteriore dei consumi.

7) Debiti governativi da ridurre

La montagna di debito generata dai governi negli ultimi mesi deve essere ripagata. Un’inflazione maggiore rispetto al tasso nominale del debito, consentirebbe ai governi di ridurre il debito pubblico agevolmente, riducendo la necessità di strette fiscali che potrebbero risultare impopolari. I debiti contratti durante le guerre mondiali, sono stati ridotti proprio in questo modo.

Cosa c’è da temere

I dati suggeriscono che l’aumento di inflazione sarà moderato. Questo dovrebbe consentire il mantenimento del potere d’acquisto per i percettori di reddito “fisso”. Se così non fosse e si realizzassero invece fiammate inflattive più importanti, dipendenti e pensionati potrebbero ritrovarsi con reddito reale più basso. Un’inflazione eccessiva crea anche distorsioni sui mercati finanziari, con i rendimenti dei titoli obbligazionari in rialzo e possibili “credit crunch” per le imprese.

Per questo motivo, le Banche Centrali si stanno tenendo pronte ad intervenire nel caso di aumenti eccessivi dell’inflazione. Questo comporterebbe un rialzo dei tassi d’interesse più brusco rispetto al previsto, con relativi aggiustamenti sui mercati finanziari.

In ogni caso l’esperienza del 2008-2009 insegna che le Banche Centrali saranno molto prudenti nel rialzare i tassi, per paura di “tarpare” le ali alla ripresa economica.

Niente panico quindi, ma antenne all’erta per captare eventuali segnali di “overshooting” inflazionari.

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